Attività del laboratorio teatrale

Quest’anno sono io ad inaugurare il diario.
Vorrei iniziare ricordando l’arrivo e la presentazione di due ragazze che si sono unite a noi: Arianna e Clara. Direi che per ora le abbiamo già spaventate adeguatamente e sono certa che riusciranno ad integrarsi tra noi matti così come mi sono integrata io l’anno scorso.
Tanto per rimanere sulla stessa lunghezza d’onda della follia, abbiamo iniziato con una improvvisazione di una storia di cani, numeri, matematica e nuovi metodi di contare scovati su Marte.
Poi, tornando ad essere un po’ meno fuori di testa (sempre e comunque nei limiti del possibile), abbiamo interpretato alcuni frammenti di film o libri, tentando di farlo con una dizione pressoché accettabile; bisogna ammettere che il leggio ci calzava a pennello e che alcune delle favole raccontate alla fine dei monologhi sono state molto suggestive, soprattutto sentir parlare di birra calda non ha potuto che destabilizzarmi!
Ho apprezzato molto i monologhi, in primo luogo perché tutti siamo riusciti a mettere il nostro essere e la nostra anima nell’interpretazione e in secondo luogo perché le opere da cui i brani erano tratti non sono assolutamente superficiali. Ho notato che la maggior parte di noi è riuscita a fare sua ogni parola.
Il mio brano, ad esempio, era un monologo dalla scena finale di un film dal titolo “The big Kauna” e devo dire che solo leggendo l’inizio “Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare” mi sono venuti i brividi.
Altri brani sono tratti dal film “La leggenda del pianista sull’oceano”, oppure da testi di Goldoni e Jack London.
Insomma, devo ammettere che ho apprezzato molto l’entusiasmo e la serietà che ci abbiamo messo e spero che tutta questa energia riusciremo a sfruttarla nel migliore dei modi per riuscire a raccontare quella che sarà la nostra favola.
Elisa Morone

Nel mezzo del cammino di nostro ritorno all’hotel, mi ritrovai in un supermercato oscuro, che la retta via… no, non era smarrita perché non esisteva proprio, siamo precisi. E dunque benvenuti, futuri lettori e lettrici, in un viaggio dalle note oniriche in cui pura bellezza e fascino condividono la scena con l’inferno sceso in terra. Se voi siete pronti, io direi di cominciare con il racconto del nostro secondo giorno di conquista di queste terre. Pardon, volevo dire acque.

Sveglia alle sette e un quarto per colazione. Siate puntuali, soldati, e non dimenticate l’uniforme. Cosa che ovviamente ha fatto metà di noi. Rischiano di essere degradati, ma per questa volta chiuderemo un occhio. Ma la mattina iniziata dalla parte sbagliata del letto subisce una metamorfosi a dir poco sorprendente diventando una meravigliosa farfalla dalle ali azzurre, rosse e dorate e… piumate, a quanto pare. Sto parlando del teatro La Fenice, uno dei più bei teatri che abbia mai visitato. La guida ci illumina sul passato di questo edificio sontuoso e dall’aria regale, scoprendo che gli antichi veneziani furono i precursori del metodo “Karate Kid”, peccato che al posto della cera ci fosse il palchetto reale. Un minuto di silenzio per tutti i palchetti privati del loro posto. E dopo un incendio, e dopo un altro, e dopo un altro ancora – ah, no, la regia suggerisce che sono solo due. Dicevamo: dopo un incendio e dopo un altro, finalmente questo povero teatro può riposare non in pace insieme alle migliaia di turisti che lo ammirano. Amen.

Dopo questa visita è ora di sfoderare le proprie capacità organizzative con panini tattici e assalti alle pizzerie. Ma eccolo… il piccolo labirinto. Grande non sarebbe un termine consono, visto che Venezia stessa è  IL  Labirinto. Una descrizione accurata sarebbe troppo prolissa, perciò vedrò di fare un breve riassunto ma molto esplicativo: vai a destra, ora a sinistra, ora sali sul ponte, no, non quello, quello piccolo e traballante alla tua destra, sì quello, ora vai sempre dritto fino al prossimo incrocio, ovvero a due metri di distanza, ecco, sì, ora a sinistra, ma ora torna indietro che ho sbagliato ed era a destra… o era a sinistra? Insomma, tra vie strette e anguste, ponti poco rassicuranti, vicoli ciechi, canali e indicazioni stradali per niente raccomandabili è facile perdersi. Ma trovo che sia una bellissima scelta stilistica riprodurre la stessa complicata intricazione delle vie veneziane anche in un modesto supermercato. Il problema ora è: come si esce? Dopo venti minuti passati a girarsi intorno disperatamente in cerca di una via di fuga, vediamo una luce. Sì, quella dell’entrata. Dannazione, sbagliato di nuovo. Io e la mia balda compagna d’avventura veniamo gentilmente salvate da una lunga fila di persone in attesa alla cassa. Abbiamo trovato il filo rosso di Arianna ed usciamo dal piccolo labirinto con il bottino: una gran disorientazione.

Bando alle ciance e ciancio alle bande, è ora di fare felici tutti i nostri carissimi professori di storia dell’arte visitando la splendida chiesa di San Marco che, tanto per cambiare, si trova precisamente… sul porto principale. Bello, no? No. Si avverte la gentile clientela che la scrittrice in questione è idrofobica e soffre non poco di vertigini. Vi pare ancora bello? Beh, sinceramente, è meraviglioso, acqua a parte. Camminare per la piazza San Marco ti dà una strana sensazione di piccolezza alla vista degli alti palazzi che ti circondano. La presenza di un esemplare di Cicolin vicino, poi, di certo  aiuta ad enfatizzare tale atmosfera. Girovaghiamo dunque per Venezia, questa volta però guidati da una valida guida che ci offre una varia gamma di informazioni quali –

ERRORE. Sovraccarico di dati. Non spegnere il computer. In attesa di istruzioni.

Spiacenti, ma una tale conoscenza non è supportata dai nostri mezzi di comunicazione elettronici mediocri. L’unico vero modo per apprezzare pienamente quello che ora sappiamo è l’arte dell’ascolto. Invito calorosamente tutti voi a interpellare conoscenti tra i membri del gruppo teatrale per maggiori informazioni. Ci troviamo quindi costretti a un salto temporale di qualche oretta.

Obiettivo: raggiungere il teatro Goldoni.

Tempo massimo: trenta minuti scarsi.

Equipaggiamento: buona volontà, forza d’animo e gelato al caffè.

Ai posti di partenza.

Pronti

E…

No, voltatevi, siete dalla parte sbagliata.

Ecco, meglio.

E…

VIA!

A questo punto ci terrei a invitare gli audaci lettori e lettrici arrivati fino a qui a spendere qualche minuto di tempo a immaginare un gruppetto di ragazzi con un’espressione decisa e risoluta in volto, più comunemente definibile “cazzuta”. Ci siete? Bene. Ora fateli sgambettare freneticamente per le vie di Venezia a una tale velocità da creare una nuvola di polvere, anche se è meglio dire di vapore, alle loro spalle mentre dall’alto li accompagna “Awolnation – Run” come colonna sonora. Aggiungete un paio di turisti dai lineamenti prettamente asiatici intenti a filmare la scena con interesse ed è pronta. Non male come scenografia epico-comica di una corsa sfrenata, no?

Bene. Cancellate tutto. Poiché la tanto amata espressione cazzuta va sostituita con una faccia stanca e stravolta di un ragazzo sfinito per la corsa, le gambe doloranti, la fobia di perdersi tra la folla e i crampi allo stomaco per il gelato al caffè. Metà di noi non ce l’hanno fatta a mantenere il passo. Un minuto di silenzio, grazie.

Potrei andare avanti a raccontarvi come è stato lo spettacolo teatrale, ma rischierei di farvi imbattere in spoiler assurdamente sconvolgenti, quindi mi limito a dire che secondo il mio modesto parere una simile rappresentazione meritava anche due corse come la precedente.

Perché in fondo, questa è Venezia: la lussuosità dei monumenti antichi e la modesta bellezza di piccoli ponti e canali quasi diroccati, le azzurre acque colpite da un tenero sole mattutino e le bufere di vento serali che tentano di strapparti dal suolo e portarti via, le sontuose maschere di cartapesta dai mille colori e la semplicità di una maschera di cuoio artigianale. Questa città è arte. Arte nascosta in ogni angolo e in ogni via, nelle sue forme più diverse e uniche. Nonostante l’acqua.

Signore e signori, benvenuti a Venezia. Ora, con permesso, collasso.

Lucrezia Bonardo 

       

Si capisce quanto sarà elevata la giovialità del gruppo quando qualcuno arriva e ti saluta con un gioiosissimo “guai a chi osa parlare” o ancora di più quando a un tuo “ti voglio bene” ricambia con il suo eclatante dito medio.

Sono le 6, ora della partenza, o meglio, presunta partenza (l’attesa in pullman si protrarrà per ragioni imperscrutabili). Prima di salire, però, ci rendiamo tutti conto di essere piuttosto appesantiti, le spalle stanche… Non tardiamo a capire che tutto questo è causato da valigie troppo piene di cose inutili: in primis la ragione, la saccenteria, il ritegno… tutte cose di cui decidiamo di liberarci e proprio per questo la gita inizia con il piede giusto.

Il viaggio di andata procede sulle note canzoni che hanno fatto da colonna sonora alla nostra infanzia: non parlo di Jovanotti, Pezzali o Fiorella Mannoia, ma di Bear nella grande casa blu, Mulan e, come dimenticarle, le Winx. E’ in questi momenti ai limiti della razionalità, però, che si capisce quanti siano gli attimi in cui le persone tirano fuori le parti più imbarazzanti di loro, quelli in cui non saranno mai sole.

Arriva il momento del pranzo; partecipanti: ragazzi del laboratorio, Paolo, prof e un gabbiano particolarmente affamato. La “spannung” è raggiunta dopo i primi due morsi di un panino, poi tutto si fa offuscato, è difficile capire cosa stia succedendo, ma appena la vista si fa più chiara la scena diventa sconcertante: resti di pane a terra, schizzi di maionese abbandonati alla morte e una cotoletta rimasta sola; il bagliore del Sole si rabbuia, l’asse terrestre si sposta e Gesù stesso bestemmia.

Sulla tabella di marcia prossima tappa segnata è la Pietra Filosofale, dove i protagonisti di questa esperienza che, vista l’età, sono spaventati dall’ignoto del loro futuro ma ancor più terrorizzati dalla sua inevitabilità, hanno modo di conoscere un uomo che mi ha fatto capire quanto sia arrogante la mia paura del tempo, perché non è altro che un pregio invecchiare inseguendo le proprie passioni, che in certi casi rilasciano vittorie schiaccianti contro lo scorrere degli anni.

Ultimo ad arrivare è il momento di questa scrittura e in concomitanza della fine della giornata si realizza quanto questi tre giorni siano una vera e propria occasione di fuga dall’oppressione dell’aspettativa dei grandi, ai quali pongo una richiesta: per questi tre giorni, lasciateci sognare.

Filippo Marolo   

“Che animale vorresti essere?” O meglio, “chi vuoi essere?”

L’uomo, a differenza degli altri animali, cerca costantemente di essere qualcos’altro, qualcun altro. Nessuno cerca di essere semplicemente se stesso, come se fosse una cosa da poco, banale. Semplice, no? “Semplice”, e non “facile”, perché la semplicità ha bisogno di un grande ragionamento dietro.

Ultimamente siamo attratti dalle cose più complesse e svariate, dalle particolarità e dall’eccesso. E’ un bene essere sempre alla ricerca delle novità, credetemi, ma nessuno si sorprende più davanti alla consuetudine, davanti al “tutti i giorni”. Noi sì, avete sentito bene. Noi, sì. Nella semplicità degli antieroi che andremo a rappresentare saremo eroi per noi stessi.

E’ con ansia e frenesia, adrenalina nel sangue ed estrema curiosità, che ascoltiamo Paolo mentre pronuncia il titolo dell’opera: non aspettavamo altro.

Mi rendo conto che parlare di qualcosa senza nominarla è un po’ complesso perché ci siamo tutti abituati ad identificare le idee, le sensazioni e gli attimi con l’utilizzo delle parole, ignorandone il vero significato. Per semplificarci la vita, allora, la chiameremo “La cosa”.

“La cosa” forse non vi piacerà, gentili spettatori, perché non apprezzate l’uggiosa routine del mondo. Quello che non sapete, è che non ci fermeremo al vostro compiacimento, il nostro scopo non è farvi piacere “La cosa”. Noi faremo di più: risveglieremo l’interesse animale che dimora nelle vostre viscere, intrigheremo il vostro animo e vi porteremo a volerne sempre di più.

Al mio primo anno di laboratorio ognuno di noi scrisse un consiglio al proprio personaggio prima di andare in scena, i bigliettini furono rimescolati e  ad ognuno di noi ne capitò uno diverso. Il mio diceva “E’ il tuo personaggio, sì, e lui sta per entrare in scena… oddio… zitto! Vai, corri a prenderlo!”.

Corre, sfugge a tutti, è apprezzata da pochi. E’ accessibile a chiunque, è rotonda verità e pungente menzogna. E’ l’espressione più sincera dell’esistenza dell’uomo. 

Signore e signori, ecco a voi, La Cosa.

Chaimae Sellak

 

Ah, finalmente è arrivato il mio turno e, siccome sono stato accusato molte volte di non prendere nulla sul serio, scriverò il mio diario in modo erotic… ehm… ironico.

Vediamo, cominciare con una metafora mi pare un buon inizio… eh già.

Allora… ripercorriamo a mente lo stagno dei nostri ricordi e peschiamo…

Oh, ma questo è un pesce bello grosso! (lascerò che l’allusione a sfondo sessuale la capiate da soli).

Scherzi e burle a parte, il corso di teatro comincia con Paolo che chiede chi ha letto “……………….”. Cominciamo subito a dare una corona di opinioni spesso contrastanti sull’opera e Paolo ci omaggia con una perla, incastonata in mezzo alla corona, con cui ci offre un colorito parere su un attore non di suo gradimento che ha recitato nello spettacolo sulla vita di Galileo.

Alla fine decidiamo che l’opera presa in considerazione si potrebbe adattare alle nostre esigenze al fine di essere rappresentata nello spettacolo finale.

Un altro pesce ha abboccato, la pescatrice deve essere nata ad inizio secolo (ammicco per rendere il tutto più ironico)..,

Comunque il secondo (pesce?) è una bella lezioncina sugli accenti da parte di Paolo. 

La lezione si conclude con metà della classe che si mette alla prova con la pronuncia degli accenti e con la mia consapevolezza di essere inetto in tale frangente teatrale.

Fabio Iudicello

Caro diario,

perdonami per il prolungato silenzio, ma inaspettati e sgraditi impegni hanno tenuto la mia mente lontana da te.

4-12-2017

Iniziamo il laboratorio sedendoci tutti attorno ad un tavolo per metterci d’accordo su quale sonetto di Shakespeare ognuno dovrà recitare a Venezia. Non sto più nella pelle al pensiero di quei giorni e scopro con piacere che nessuno ha scelto i sonetti a cui avevo pensato. Una volta accontentati tutti, si passa alla dizione.

Paolo ci spiega il triangolo delle vocali e subito dopo passiamo alla pratica. Ripetiamo le vocali in successione ed esercitiamo i muscoli facciali ripetendo una successione di movimenti della bocca, riuscendo a stento a mantenere il ritmo e a trattenere le risate.

Ci mettiamo in cerchio ed esercitiamo la respirazione diaframmatica con una serie di inspirazioni ed espirazioni che coinvolgono sia il petto che l’addome.

L’esercizio successivo mette alla prova la resistenza, la fermezza e la creatività di tutti: consiste nell’avviarsi, camminando al rallentatore, verso la zona opposta della stanza per poi disporsi interpretando il personaggio di una scena scelta precedentemente e rimanere immobili. Al di là del mantenere la posizione per molto tempo – probabilmente ho forzato più i muscoli nella prima scena che in tre anni di pallanuoto -, ho trovato difficoltà nel mantenere fisso lo sguardo. Le braccia possono reggere lo sforzo, ma l’attenzione no. La mente vaga, e con essa gli occhi. 

Rappresentiamo due scene: un matrimonio disastrato e un mercato caotico. Interessante notare come talvolta capiti che qualcuno, fraintendendo la posa di un altro, si posizioni in modo da dare all’azione del compagno un nuovo significato.

Concludiamo tentando di attraversare la stanza ad occhi chiusi, nella speranza di fermarci con precisione dinnanzi ai nostri compagni.

Il laboratorio finisce, caro diario, e la mia mente è già proiettata verso il lunedì successivo e alle sorprese che Paolo ed i miei compagni hanno in serbo per me. Lo è a tal punto che le sfugge qualcosa, ma questa è un’altra storia…

Francesco Roncarati    

Caro diario,

oggi è toccato a me parlare della lezione di teatro.

Questa è stata una lezione molto particolare, che mi è piaciuta sia per ciò che dovevamo fisicamente fare, sia a livello concettuale e di idea. Paolo ci ha diviso in coppie e ogni coppia ha dovuto interpretare, a suo modo, senza vincoli particolari, un piccolo testo che ci è stato assegnato. Personalmente ho trovato questa attività davvero interessante e stimolante, un ottimo modo di mettersi in gioco.

All’inizio ero un po’ a disagio ed insicura, ma poi mi sono sciolta e mi sono resa conto di potercela fare, perché ovviamente quando ci si approccia ad una nuova esperienza non si farà tutto bene la prima volta, ma il laboratorio serve proprio ad aiutarci a migliorare.

Dopo aver provato la scena, l’abbiamo interpretata davanti alle altre coppie e le prime coppie l’hanno anche replicata.

E’ stato interessante vedere le analogie e le differenze che c’erano tra le varie interpretazioni; alcune coppie avevano argomenti ed idee in comune, altre invece hanno interpretato il testo in maniera completamente diversa.

Certe proposte mi hanno davvero affascinata, le idee che sono venute fuori mi fanno capire che ogni opera può essere vista in maniera completamente diversa da persone diverse… non pensavo che ci sarebbe stata una varietà di idee così ampia.

Mi rendo conto che la creatività che c’è in noi crea cose fantastiche e varie e che ognuno di noi è speciale a modo suo, perché la diversità e la varietà sono la chiave per rendere il mondo un posto più interessante e la vita qualcosa di per nulla monotono e noioso.

Elisa Morone    

Caro diario,

questa volta è toccato a me scriverti e raccontarti le nuove esperienze del laboratorio… spero di essere all’altezza.

Il nostro viaggio si apre con un racconto di Paolo che ci dice come sia riuscito a superare un suo limite, riuscendo a buttarsi da un aeroplano, senza neanche capire bene come si sarebbero svolte le cose. 

Per la conversazione clinica riceviamo un incipit molto interessante: “Se avessi il numero di telefono della persona che ammiri di più, cosa faresti?” Come hanno risposto anche altri, io penso che subito non lo chiamerei, né farei altro; prima cercherei domande interessanti da porgli, qualcosa che lo faccia fermare un attimo per concentrarsi su quello che gli chiedo. 

Durante questa conversazione ho provato sensazioni strane; ero riuscita a immaginarmi la scena in modo talmente realistico, che riuscivo a sentire e provare quell’indecisione. 

Finita questa prima parte del laboratorio, si passa alla parte più “pratica”.

Iniziamo a camminare per lo spazio a nostra disposizione con diverse intenzioni e intensità (intervallate fra di loro con dei momenti di camminata neutra). Piano piano questo esercizio aumenta di livello, aggiungendo sempre più cose da fare, fino a incrociare lo sguardo con una persona, sorriderle, abbracciarla e sussurrarle una frase (la frase ricevuta verrà a sua volta sussurrata alla persona che si incontra successivamente).

Con questo esercizio sono riuscita un po’ a sbloccarmi, ad avvicinarmi – in tutti i sensi – a persone che non conoscevo e a consolidare maggiormente il rapporto di forte amicizia che avevo con alcuni. Ho trovato molto interessante il fatto che anche solo uno sguardo, un sorriso o un abbraccio possano dire più di mille parole.  

Con l’ultima frase che ci è stata detta, dovevamo pensare a tre interpretazioni – un esercizio già svolto in passato, ma che ti dà sempre l’opportunità di metterti in gioco. E’ incredibile pensare a quante sfaccettature possa avere anche una frase “banale”.

Dopo questo esercizio iniziamo a fare una breve introduzione alle regole di dizione, che sarà anche lei una compagna di percorso.

Detto questo, attendo trepidante la prossima avventura del lunedì e intanto cerco di superare anche io i miei limiti.

Giorgia Vico  

Caro diario,

lunedì tutto è iniziato con una conversazione clinica su due rappresentazioni teatrali a cui hanno assistito Paolo e Niccolò.

Dopo il loro racconto ci siamo raccolti in un cerchio e ascoltando brani diversi abbiamo partecipato ad un esercizio di immaginazione e sensazioni; ognuno, per ogni brano, suono o nota, poteva esprimere le emozioni, le scene o le immagini che la musica gli scaturiva in quel momento; ovviamente i brani hanno provocato in ciascuno qualcosa di diverso, questo perché non siamo tutti uguali, ognuno di noi ha un vissuto, sogni caratteristiche e modi di interpretare, diversi tra loro, ma in qualche modo i nostri pensieri sono collegati da una sorta di filo che li tiene uniti.

Si è parlato poi del significato della parola “grammelot” che abbiamo compreso essere una vera e propria lingua inventata che si basa sull’uso del corpo e dei suoni.

Dopo esserci chiariti le idee sul significato di “grammelot”, lo abbiamo sperimentato improvvisando su alcuni temi come un’intervista, la tristezza, un incidente stradale e le sensazioni provate dopo un esame; è stato molto interessante vedere come anche senza parlare una lingua conosciuta il pubblico capisce lo stesso grazie all’espressione facciale, del corpo, e al tono della voce usato.

Durante l’intervista la parte più complessa era quella del traduttore che doveva rivolgere le domande del pubblico in lingua grammelot all’intervistato, e viceversa.

L’ultimo esercizio che abbiamo fatto è stato raccontare una storia partendo dall’idea di una persona e ampliandola un poco per volta; il risultato sono state storie molto “originali”.

Personalmente ho trovato il laboratorio dello scorso lunedì molto costruttivo, specialmente a livello dell’uso della fantasia e dell’improvvisazione; mi è piaciuto avere una certa libertà nell’interpretare perché mi ha permesso di esprimermi al meglio.

Veronica Casetta